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Allosanfan
di Paolo e Vittorio Taviani
I nostri film
- come tutto il cinema di ricerca - si rivolgono a un pubblico che
"cerca". (1969)
Al contrario
di ogni altro film dei Taviani, Allosanfan possiede, eccezionalmente,
una struttura narrativa estremamente intricata, complessa. Le azioni,
i protagonisti, anche i sentimenti paiono subire gli ostracismi
di una legge superiore, anche nelle intenzioni degli autori. Nell'ombra
qualcosa governa, "muove"; e gli abitanti di questo paese
non possono che scoprire, sgomenti, di non essere altro che scacchi,
liberi solo di seguire tracciati preordinati. Pure il linguaggio,
l'espressione, il testo, si incanalano, procedeno per linee simmetriche
di sviluppo. Nel film nessun personaggio può vantarsi di aver stabilito
qualcosa, di essere padrone della propria esisenza o delle azioni.
.. In Allosanfan, insomma, è il melodramma con le sue regole e le
sue abitudini a stabilire il gioco delle parti. ... Ma la trama
non è qui il destino; gli ostacoli e le peripezie non sono dettate
dal Fato sono semmai le regole del gioco, il principio della realtà
quale amputazione del desiderio, l'angoscia per il presente che
genera i mostri minuscoli della famiglia come quelli del gruppo
o del potere istituzionale.
"La
restaurazione non ci appare solo come quel fatto di potere e di
classe che fondamentalmente è: ma come una forza che punta su quanto
di regressivo, di restauratorio - e di inconfessato - è in ciascuno
di noi, anche in chi la combatte. Confessiamo tutto quello che nel
momento della ricerca e dell'azione, soprattutto collettive, riusciamo
a superare, e che nel momento del ristagno e dell'attesa rimuoviamo
con una violenza pari al suo rifluire. La rimozione genera paralisi.
Dobbiamo liberarcene. E' quanto abbiamo cercato di fare con Allosanfan,
ed è stata una operazione faticosa e sgradevole".
La rivoluzione
può divenire produttiva quando nella concretezza del reale il compito
è quello di modificare, lentamente, le cose. Al contrario diviene
alienante quando l'ansia ingigantisce a tal punto da far fuggire
in un mondo che non esiste. Perciò Fulvio "non volendo riconoscere,
vive nella menzogna: tradisce gli altri e sé stesso: solo così si
può credere autosufficiente".
"Si tratta di far leva sulle contraddizioni
dello Stato borghese... Quindi lotta per una nuova legge sul cinema,
sulle direttrici: cinema come
servizio pubblico (enti di Stato, circuiti si Stato in alternativa
al cinema, al profitto, principio della "non economicità"
della produzione di ricerca); lotta per aperture di circuiti diversi
(legati ai Comuni, al decentramento regionale, a nuove realtà sociali
di base); per una scuola diversa ecc." (1971)
".... Crediamo nella qualità dell'uomo, nella
sua capacità di produrre. Proprio perché ci sentiamo circondati
dalle "tenebre" siamo disperatamente dalla parte di chi
lotta per 'fare luce'." (1962)
"....E' il momento in cui possiamo rittrovare,
con lo stupore, quello che - dice Goethe - caratterizza il "nuovo":
l'esagerazione. Noi siamo per gli esagerati. E' proprio di chi non
si nasconde a sé stesso e agli altri, di chi è pronto a tutto e
a pagare di persona, abbastanza dolorante per essere maturo, è proprio
di questi il diritto all'esagerazione" (1966)
Il colore rosso
della camicia strappata di Fulvio si allontana fino a divenire un
punto quasi invisibile e la musica del saltarello eccita la mente
con la speranza di nuovo riproposta dall'azzurro degli occhi di
Allosanfan.
"Per noi
marxisti si tratta insomma di trovare un equilibrio tra soggettività
e marxismo. Abbiamo bisogno di quello che qualcuno ha chiamato "nuovo
umanesimo": un umanesimo, naturalmente non contermplativo,
dell'io idealistico, ma rivoluzionario"
( Scheda tratta
da Paolo e Vittorio Taviani
di F.Accialini e L.Coluccelli,
Il Castoro Cinema. In corsivo commenti dei Taviani)
Berlinguer ti voglio bene
di G. Bertolucci
"Ho parlato di un mondo che sta tra il proletariato
urbano e il sottoproletariato contadino, e a mio parere ho fatto
un film sull'oggi. Con il '68 la classe dalla quale provengo ha
perso i connotati, mi sentivo di fare un film su questa cosa ormai
indefinita. Con Benigni abbiamo cercato di rompere con quel tipo
di schema che fa capo alla commedia all'italiana. Cercando di recuperare
radici diverse da quelle piccolo borghesi di quest' ultima, e tornando
a un dialetto arcaico e creando un personaggio sottoproletari che
era sempre stato escluso da questo genere di commedia. (...) Non
ho usato il 'turpiloquio' né la 'parolaccia'. Quel che convenzionalmente
è considerato tale sarebbe tutto da verificare; se un professore
di sessuologia adopera un frasario 'genitale' durante una lezione,
questro non è affatto turpiloquio, e allora perchè dovrebbe esserlo
se lo usa Cioni Mario, un sottoproletario rimasto infantile, che
non è maturato né psicologicamente né socialmente? Il suo è un lessico
genitale. Ho guardato alla storia del film attraverso una lente
psicoanalitica. La gergalità genitale rimanda a significati che
vanno molto al di là di quelli della 'parolaccia', usata di solito
per catturare il pubblico, un tramite di un suo identificarsi attraverso
un linguaggio comune. Nel mio film è proprio il contrario: ho insistito
su un linguaggio insolito, chiuso in se stesso, asfissiante, per
mostrare l'ossessività nella quale viveva il mio sottoproletario.
Nella realtà, ovviamente, il turpiloquio è molto meno accentuato
di quello che c'è in Berlinguer ti voglio bene"
Il
titolo del film è un titolo libero, da intendersi come parte
del linguaggio di Cioni Mario. La simpatia di Benigni per Enrico
Berlinguer è ormai un dato acquisito, ma nel film il rapporto tra
Cioni Mario ed il segretario del P.C.I. non è così risoluto ed è
un po' più conflittuale. Oggetto di culto il suo ritratto, come
un'icona: che però nell'orto funge da spaventapasseri. Il giovanotto
vota senz'altro per lui, ma non è che
il compromesso storico lo entusiasmi. Comunista arcaico come
la sua parlata, forse viene da lontano ma di sicuro non si sa quanto
lontano possa andare, con tutti i problemi personali che gli gravano
sul groppone. E' lì che aspetta un segnale dalla televisione, basterebbe
solo una parola di Berlinguer a dare il via alla rivoluzione, e
questo - inspiegabilmente per Cioni Mario - non avviene.
Le evasioni
del protagonista (che per usare le parole di Pasolini a proposito
di Accattone, appartiene
ad un'altra razza rispetto a quella borghese e che per questo offre
il là ad un razzismo di classe che non sopporta la sua stessa messa
sullo schermo), le evasioni di Mario Cioni, appunto, si consumano
in week-end più tristi della settimana lavorativa, dentro un cinema
a luci rosse che non lo eccita ma lo deprime, e in una casa del
popolo molto affollata per via della tombola. Quando si passa al'culturale',
e il tema all'ordine del giorno è 'potrà mai la donna pareggiare
l'uomo?', viene fuori quella concezione 'reazionaria di sinistra'
della quale il film, secondo Benigni, si fa qui per la prima volta
portavoce.
Nostra sintesi elaborata dalla recensione di Ugo
Casiraghi, L'Unità marzo 1995. In corsivo un'intervista a Giuseppe
Bertolucci
Brutti, sporchi e cattivi
di Ettore Scola
Brutti, sporchi
e cattivi, film non a caso destinato a riaccendere intorno a Scola
più di una polemica, si caratterizza per un insistito interesse
per gli emarginati ma in un quadro di più accentuato pessimismo
rispetto al suo cinema precedente. Più che riflettere a elementi
secondari del costume o del modo di pensare, l'imbarbarimento su
cui insiste il film va inteso nei suoi estremi "pasoliniani".
Non a caso proprio al Pasolini del "genocidio culturale"
aveva pensato il regista per una sorta di prefazione filmata, poi
purtroppo, non realizzata. In essa, Pasolini avrebbe dovuto spiegare
le ragioni storiche di quell'imbarbarimento, mettendo - come solitamente
si fa nei libri - lo spettatore/lettore nelle condizioni di comprenderne
immediatamente la problematica.
Scomodo Pasolini,
che sarebbe morto di lì a poco, ucciso nei luoghi dove si tenta
di avvelenare Giacinto (Nino Manfredi), e scomodo Scola che con
Brutti, sporchi e cattivi
disorienta critica e pubblico, pur guadagnando il premio per la
miglior regia al festival di Cannes. Pasolini avrebbe voluto un
finale ancora più amaro, convinto che "gli
abitanti delle baracche erano, essi stessi, responsabili della loro
evoluzione, essendosi voluti far colonizzare e distruggere".
Scola ritiene che non ve ne sia bisogno, essendo di per sé già eloquente
l'impietosa descrizione di luoghi, personaggi e situazioni. Ignoranti
e avidi, i borgatari del film testimoniano abbondantemente che la
povertà non è più una virtù (chissà se lo è mai stata) e neppure
una condizione per dividere valori e giudizi.
I conti col
populismo del neorealismo sono presto fatti nell'epoca delle omologazioni
di massa mass-mediologiche e non consentono di trarre alcun positivo
bilancio. Tutto è monetizzato e monetizzabile sul filo di un istinto
di sopravvivenza che ha del tribale, dell'animalesco. Senza identità,
i "brutti sporchi e cattivi" del film, confinati ai margini
del cosiddetto "vivere civile", incarnano come possono
lo "spirito del tempo". La loro mostruosità è indubbia,
ma le ragioni per cui sono pronti a scannarsi sono del tutto simili
a quelle che scatenano gli appetiti della "società civile",
con la differenza che qui, almeno, non ci sono paraventi ideologici
o alibi sociali. Essi stessi non sono più il paravento o l'alibi
di nessuna coscienza. Chi si era illuso di trovarli "belli,
puliti e buoni", con le carte in regola per accedere alle vie
del Signore, o del Socialismo, ha ampia materia per ricredersi.
A Scola viene
da più parti rimproverata la volgarità con cui è resa la ...volgarità,
ma nel film il suo uso è quanto mai funzionale alla connotazione
dell'ambiente. Fra tanti risentiti (re)censori, qualche voce a favore.
Alberto Moravia, ad esempio, che fotografa con esattezza la "filosofia"
del film: "C'è stato
quello che Pier Paolo Pasolini chiamava il cambiamento antropologico
del consumismo; e che noi, più modestamente, definiremmo la scomparsa
dei tempi migliori" ("L'Espresso", 10 novembre
1975).
Sintesi da
"Ettore Scola" di Roberto Ellero - Il Castoro cinema,
1989
Il diario di una schizofrenica
di Nelo Risi
Un giovane
regista italiano, innamoratosi del libro "Diario di una schizofrenica",chiede
alla signora Sechehaye, la psicoanalista di Ginevra che ha curato
Renée, (la protagonista del libro) di poterne trarre un film. Descrivendo
dapprima i sintomi
della schizofrenia e, in seguito, la loro scomparsa, seguendo l'evoluzione
della psiche della malata dall'infantilismo più completo in cui
era caduta, allo stato di adulta evoluta, l' autrice
ha dimostrato il metodo con il quale la malata era guarita.
Il libro riferisce l'esperienza
vissuta dalla malata
e mostra tutto ciò che si maschera dietro le manifestazioni della
schizofrenia ; Freud scriveva: "questi malati si sono distratti
dalla realtà esteriore ed è per questo che su quella interiore ne
sanno più di noi e possono rivelarci cose che senza il loro aiuto
sarebbero rimaste impenetrabili" .
Nelo Risi tenta
di riprodurre,con il linguaggio cinematrografico,quella che
è già di per sè un'opera artistica. La signora Sechehaye era molto
perplessa di fronte a tale proposta,perchè le difficoltà tecniche
erano certo notevoli; la pittura consente di riprodurre alcune delle
trasfigurazioni della realtà che Renèe descrive: ad esempio l'isolarsi
degli oggetti e delle loro singole parti, lo svincolarsi delle cose
dal loro significato e funzione, le modificazioni nella luminosità
ambientale e nella consistenza materiale degli oggetti, il sovvertimento
di ogni prospettiva (e leggendo le pagine scritte da Renèe vien
fatto spesso di riferirsi a certe modalità d'espressione della pittura
contemporanea ); ed è anche pensabile che il cinema possa impadronirsi
di queste modalità di espressione e utilizzarle. Ciò sarebbe poco
comprensibile per lo spettatore che vedrebbe Renèe come la protagonista
del film,e il diario non sarebbe allora più tale,ma la riproduzione
obiettiva del comportamento esteriore di una qualsiasi ammalata
di mente; oppure non dovrebbe mai apparire nel film e questo dovrebbe
limitarsi a riprodurre ( in modo assai parziale ) il mondo esteriore
come Renèe lo ha veduto, ma ne uscirebbe un film documentario.
E' importante
mettere in rilievo l'aspetto tecnicamente scientifico, di descrizione
del trattamento psicoanalitico di un caso di schizofrenia, veduto
con gli occhi dell' ammalata stessa. Il problema è quello della
intelligibilità della malattia mentale e della schizofrenia,
la forma specifica
da cui Renèe è
stata colpita, che è incomprensibile per l' uomo normale:l'alienazione
, e cioè il fatto che l'ammalato diventa altro, e sembra non appartenere
più alla comunità degli uomini. Anche Renèe
è stata al di là dei confini della umana comunicazione e
comprensibilità; ma quando guarisce e giunge, come essa dice "a
sistemarsi definitivamente nella bella realtà" ( che è poi
quella realtà a tutti comune che garantisce
la comunicazione sociale), essa riesce a rendere comunicabili
anche le sue esperienze di malata. Vi sono dunque anche nell'
individuo normale elementi interiori suscettibili di risuonare alle
descrizioni che Renèe ci fa: una parte di noi alla quale il mondo
dello schizofrenico non è totalmente estraneo, un coacervo di nostre
esperienze che noi stessi ignoriamo. Possiamo dunque intendere e
rivivere la storia di Renèe: da un lato perchè la barriera che divideva
Renèe ammalata dagli uomini normali è tale solo in apparenza, perchè
gli elementi che compongono la malattia mentale di Renèe
in qualche modo si ritrovano in noi; dall' altro perchè Renèe,
senza saperlo e senza volerlo, ha scritto un' opera poetica suscettibile
di risvegliare elementi nascosti che sono in ognuno.
Lo schizofrenico,
anche quando si trova in uno stato di decadimento mentale e psichico
che fa pensare alla demenza, resta in possesso di un'anima, di un'
intelligenza, e prova sentimenti talvolta molto vivi senza poterli
esteriorizzare. Anche nei periodi di indifferenza completa e negli
stati stuporali in cui il malato non sente più nulla , gli resta
una lucidità impersonale che non solo gli permette di percepire
quello che accade intorno a lui, ma anche di rendersi conto dei
suoi stati affettivi.Spesso è questa stessa indifferenza che, spinta
all' estremo, gli impedisce di parlare e di rispondere alle domande
che gli fanno. L' osservazione di
questi fatti permetterà più tardi al malato di ricordarsi
le tappe della sua malattia
e di poterle raccontare.
Fai la cosa giusta
di
Spike Lee
"Fai la cosa giusta"
è una citazione da un discorso di Malcom X; il film ne è pieno,
come di tante espressioni gergali (molte perdutesi nel doppiaggio)
nate in varie fasi all'interno dei movimenti neri (la più comune
è l'uso del termine "fratello"). Ma insieme al leader
che è ricordato per la famosa espressione "by any mean necessary"
(con ogni mezzo necessario), criterio guida di tutta la linea politica
di Malcom X, a fare da contraltare è la figura dell'altro leader
nero Martin Luther King, legato invece alla prassi nonviolenta.
Le due figure, la cui ombra aleggia nel film appaiono in una rara
fotografia che li ritrae insieme (i rapporti fra i due furono controversi
e non sempre idilliaci). Da questa foto nascerà il pretesto di una
lite banale che degenererà in disastro e la foto stessa risulterà
salva da un incendio per puro caso.
Il film tornerà alla ribalta dopo gli scontri di Los Angeles
a seguito della sentenza sul caso Rodney King (il nero preso a bastonate
da alcuni poliziotti e filmato dalla telecamera di un amatore -
i poliziotti furono prima assolti e dopo gli incidenti, con intervento
del Presidente degli Usa quella sentenza fu annullata), per la impressionante
somiglianza tra le sue immagini e quelle della rivolta diffuse dalle
televisioni durante gli scontri realmente accaduti un paio di anni
dopo. Questo ci dice molto non tanto sul film, quanto sul tipo di
realtà che esso racconta e in particolare sulla prevedibilità del
suo svolgimento: di fronte ad una palese ingiustizia - che per gli
afroamericani non mancano mai da cinque secoli in qua - presto o
tardi, e comunque in modo incontrollabile, non più logico o irrazionale,
si scatena una reazione.
Lo spaccato che il film offre è uno spaccato contraddittorio,
descrive una vita basata sui rapporti di forza, delle relazioni
che si evolvono in modo ripetitivo, ciclico, senza domandarsi più
il perché. Il caldo che avvolge la lunga giornata estiva in cui
sisvolge la vicenda è ineluttabile, come molti dei caratteri delle
vite raccontate. Ci si punzecchia, si cerca di mostrare forza sull'altro,
ma tutto è normale, in qualche modo sotto controllo. Ognuno deve
recitare una parte, mostrare i muscoli, anche se non ha alcuna voglia
di usarli. E' in clima misto di gentilezza, aggressività, quieto
vivere e rabbia che cova, ordinariamente, come una risata o uno
sberleffo: tutto sembra tener, in fondo. Non sembra si porti rancore
dopo una lite senza importanza, soprattutto se la giornata ne contiene
decine. Invece sarà proprio una lite senza importanza a portare
alla tragedia.
Impressiona, nel film, ed è un tratto interessante, l'assenza
di una figura quasi mitica, quella dell' Americano : qui ci sono italiani, africani, spagnoli, coreani ecc.
Gli unici americani sono in qualche modo i poliziotti (che uccidono,
che abusano del loro potere, che resteranno impuniti e lasceranno
i vari gruppi a scannarsi fra loro nello sfogare la rabbia). I poliziotti
attraversano, o meglio, scivolano sul quartiere in modo superficiale,
cercano di starci il meno possibile. E' la rappresentazione di uno
Stato che, abbandonata al caos ogni comunità, si occupa appunto
solo dell'ordine pubblico. Le comunità, d'altro canto, vivono in
modo schizofrenico al loro interno: è la paura a dominarle subdolamente,
ma anche convenzionalmente: se qualcuno mi pesta un piede e rovina
le mie "Nike " da 200 dollari ed è bianco io "devo"
arrabbiarmi, il mio ruolo lo impone. La cultura del quartiere (sia
tra gli afroamericani che tra i portoricani o gli italiani) è un
miscuglio di consumismo (le "Nike" da 200 dollari acquistate
da un disoccupato) e luoghi comuni (gli insulti che ogni gruppo
rivolge ad un altro, il quale prosegue la catena finchè il cerchio
non riprende), in cui Michael Jordan è sullo stesso piano - entra
nel proprio sistema di valori con pari dignità - di Malcom X, così
come Robert De Niro è sullo stesso piano di Antonio Cuomo, in una
confusione di idee tra il ridicolo ed il tragico. La miscela, insomma
è esplosiva ed esplode.
Il giorno si chiude ed il giorno dopo il D.J. riprende le trasmissioni
radio della giornata con le previsioni del tempo: "Caldo!"
(hot = lett. bollente) proprio come all'inizio del film, come ogni
giorno.
Fino all'ultimo respiro
di
Jean Luc Godard (Fra, 1959)
Titolo
originale:
A' boute de souffle. Soggetto: Francois Truffaut Sceneggiatura:
J.L.G. Fotografia: Raoul
Coutard. Montaggio: Cécile
Decugis e Lila Herman. Musica:
Martial Solal e Mozart. Interpreti:
Jean Paul Belmondo e Jean Seberg. Durata:
87'.
"A' boute de souffle appartiene per sua natura al ge- nere di film in cui tutto è permesso.
Qualsiasi cosa fa- cessero i personaggi poteva essere integrata
nel film (...). A' boute de souffle è
una storia, non è un soggetto. Il soggetto è qualcosa di semplice
e vasto che si può riassumere in venti secondi, la vendetta il piacere...
La storia la si può riassumere solo in venti minuti".
A proposito della realizzazione di Fino all'ultimo respi- ro il direttore della fotografia Raoul Coutard
ricorda il modo di procedere di G.: "Di giorno in giorno, man mano che i dettagli del soggetto si precisavano,
egli spiegava il modo di realizarli: niente cavalletto per la cinepresa,
niente luci se possibile, carrelli senza bi- nari...Poco a poco
noi scoprivamo il bisogno di andare contro le regole e la grammatica
cinema- tografica. Durante le riprese G. confermò questa posizione,
tanto più che la suddivisione delle inqua- drature era fatta man
mano, come i dialoghi. Il film si costruiva man mano, durante la
visione dei giornalieri (le inqua- drature girate nel giorno precedente,
ndr). Così lui non può dire il giorno prima, e nemmeno immedia-
tamente prima, che cosa si sta per fare: è provando una scena che
la decisione viene presa, a volte dopo aver girato un ciak si ricostruisce
tutta la scena da un altro punto di vista. Non è raro, se non ha
ancora bene in mente unna scena, che decida all'ultimo momento digirare
un'altra cosa, in un altro ambiente. A volte si ferma per un giorno
intero per prendere tempo e riflettere...".
Improvvisazione, uso di tecniche agili, non appesantite dalle
consuete attrezzature, grande rapidità nelle riprese e conseguente
basso costo, tutto ciò fa parte del normale (dopo questo film) modo
di procedere di tutta la Nouvel- le Vague. Ma per G. non si tratta
solo di assottigliare la barra che separa la vita dal cinema o di
venire incontro ad esigenze produttive: l'obiettivo principale è
quello di andare contro le regole stabilite, riesplorare più in
profondità le possibilità del mezzo.
Un punto fermo della critica, per il linguaggio usato, fu il
tema del disordine. Il protagonista, definito generica- mente "anarchico",
fu interpretato come il campione di una gioventù sbandata, sulla
scia di alcuni modelli cine- matografici degli anni '50, l'esempio
di una crisi totale di valori. Il linguaggio frammentario e discontinuo
del film, il disprezzo delle regole registiche vennero così letti
come il necessario risultato di tale atteggiamento "di fondo",
secondo un modello teorico ancora oggi ben vitale, quello secondo
cui il "contenuto" determina e condiziona la "forma".
Ma è opportuno vedere più a fondo in che cosa consista l'anarchismo
espressivo del film. Tutto il cinema classico (il cinema americano
dal '30 al '60) aveva avuto un assillo costante: quello di nascondere
la sua costitutiva frammentarietà e discontinuità e di proporsi
come un racconto fluido, che scorre senza intoppi o sbalzi. A questo
fine esso ha codificato, rendendole obbligatorie, una serie di tacite
regole che costituiscono il patrimonio dei tecnici e dei professionisti
"seri", quelle che stabiliscono il modo corretto di fare
cinema. Per quanto riguarda il montaggio, per esempio, dimenticando
la lezione del cinema sovietico degli anni '20, il cinema classico
ha reso praticamente obbligatoria la regola che i cambi di inquadratura
devono risultare il più possibile impercettibili per lo spettatore.
A questo fine bisogna evitare alcune incongruenze rese possibili
dallo spostamento di angolazione della cinepresa fra un'inquadratura
e la seguente : uno spostamento troppo pccolo (in pratica inferiore
ai 30 gradi) è vissuto come inutile e perciò disturbante; uno spostamento
eccessivo può sbilanciare la composizione interna dell'inquadratura
ed è perciò anch'esso da bandire. Ebbene G. rifiuta proprio queste
pseudo-regol. Assistiamo così - ciò che ogni buon montatore considera
ancora oggi agghiacciante - a "scavalcamenti di campo"
(due persone che in una inquadratura sono una sulla destra e l'altra
sulla sinistra dello schermo e in quella seguente occupano posizioni
invertite), ad una serie di attacchi che paiono piuttosto bruschi
singhiozzi della cinepresa, e così via.
Per questo Fino all'ultimo
respiro è contemporaneamente un film sul cinema ( è strapieno
di citazion o situazioni riferite all'universo cinematografico)
ed un film contro il cinema.
Questo film costituisce la premessa di un pensiero che non cesserà
mai di interrogarsi sul cinema, sul rapporto con la realtà, sull'intreccio
tra ideologia dominante e controllo della tecnologia.
Full
Metal Jacket
di
Stanley Kubrick
Soggetto
ispirato al romanzo "The short-timers" di Gustav Hasford
Sceneggiatura
di S.K., Michael Herr, G. Hasford
Musica Abigail Mead e canzoni dell'epoca (Tell
me goodbye, These boots
are made for walking, Paint
it, black) Interpreti: Matthew Modine
(soldato Joker), Adam Baldwin (Animal), Vincenzo D'Onofrio (Palla
di lardo), Lee Herrmey (Sergente istruttore Hartman), Arlise Howard
(Cowboy), Kevyn Major Howard (Rafterman) Produzione
:Stanley Kubrick per Warner Bros Distribuzione W.B.
Durata 116'. Le
riprese sono state effettuate a nord di Londra, in una officina
del gas abbandonata, negli studi di Shepperton.
K. conferma il suo interesse per i generi cinematografici: tutta la sua produzione si caratterizza per
la incursione dell' autore in diversi
generi (il film di fantascienza con 2001...,
il film horror con Shining,
il film sulla violenza urbana
con Arancia Meccanica,
il film in costume con Barry
Lyndon, il film erotico o sull'erotismo con Lolita,
e infine soprattutto il film di guerra con
Orizzonti di Gloria e
Il dottor Strana- more - e diciamo soprattutto, per la presenza
della guerra e del suo funzionamento in film come Spartacus
con il con- flitto fra i barbari schiavi e romani, in Barry Lyndon con la Guerra dei Sette Anni ecc.). Il film di genere,
e più di ogni altro il film bellico, consente all'autore una più
rapida ed ef-
ficace tipizzazione dei "personaggi" - che sono spesso
solo delle maschere - e rende credibile la esasperazione dei loro
stati d'animo, delle circostanze in cui agiscono. Il film di genere
insomma facilita la costruzione del meccanismo ad orologeria (si
pensi al clockwork orange - l'arancia ad orologeria, l'arancia meccanica) del
film in cui i personaggi sono le pedine (e si pensi ai continui
riferimenti al gioco degli scacchi) a disposizione dell'autore.
Da questo punto di vista è frequente, come qui in Full
metal jacket, la divisione dei film di Kubrick in due parti
l'una contrapposta all'altra in cui
prima c'è la costruzione del meccanismo filmico e poi il
suo svolgersi. In Arancia
meccanica, ad esempio, la seconda parte del film costituisce
per Alex il contrappasso della prima; in Barry
Lyndon alla progressiva ascesa sociale di Barry nella prima
parte segue il progressivo declino. La prima parte del film serve
a delineare il percorso che inevitabilmente, implacabilmente
e puntualmente - senza che gli Uomini, autori stessi delle premesse
di quel percorso, possano poi modificarne gli esiti - dovrà essere
seguito (si pensi a Il dottor
stranamore o a Orizzonti
di gloria). In Full metal
jacket la prima parte
del film ci mostra la costruzione, come in un laboratorio,
del killer ed il killer sarà il prodotto inevitabile che ne risulterà.
Joker (letteralmente buffone) percorrerà per intero questo itinerario
(questo sentiero, path =
itinerario, sentiero - si ricordi Paths
of glory) ed alla fine, dopo aver ucciso dirà "Vivo in
un mondo di merda, ma sono vivo e non ho più paura".
Se in Path of glory
(Orizzonti di gloria) c'era in qualche modo e pur con le ambiguità
del caso una sostanziale differenza tra gli ufficiali, i
vertici dell'esercito e la truppa, vera carne da macello
soggetta alle ambizioni di potere (del generale sfregiato e quasi
infantilmente "cattivo, ma anche del
Capo di Stato Maggiore che lucidamente muove le pedine perché
"doveva essere fatto", che è poi il vero rappresentante
del Potere), in Full metal
jacket non vi è nulla del genere: nessuno è innocente. Si pensi,
già nella prima parte, alla vendetta contro Palla di lardo - che,
fra l'altro è quello che prima degli altri apprende l'essenziale
dal "trattamento" subito: la voglia di uccidere che lo
porta ad incominciare la sua guerra prima degli altri.. Si pensi
alla impossibilità di individuare dei "buoni". "Meglio a te che a me" dirà cinicamente uno dei soldati
commentando la morte di un compagno; ma poi quello stesso soldato
sarà l'unico che tenterà di salvare dal cecchino nemico i compagni
morenti. Non è un caso che Joker porti scritto sull'elmetto "Born
to kill" insieme al simbolo della pace.
E' abbastanza interessante notare che la scena ritenuta più
violenta (uno dei tagli subiti dal film nel passaggio televisivo),
quella della morte di Palla di lardo, non sia una scena di guerra
e riguardi invece, come in Paths
of glory una sola delle due parti in guerra. L'incursione di
K. nel genere bellico e nel sottogenere Vietnam ha anche questa
particolarità: non si è trattato della peggior guerra (se non per
gli USA, in quanto è l'unica perduta). La sua tipicità non è nell'inferno
della giungla descritto dal cinema americano sul Vietnam (la battaglia
cui assistiamo è urbana, contro un cecchino, come in qualsiasi guerra,
sembra di vedere le immagini della Bosnia). E' ancora una volta,
in K. , una guerra astratta, un gioco in cui è coinvolto su vasta
scala l'uomo, ed è forse la sua stupidità la protagonista del film. Si uccide nutriti di cultura media (midcult), come John Wayne.
Quella stessa cultura media che ha trovato similitudini (nella povertà
dei propri riferimenti culturali) tra la prima parte del film
e Ufficiale gentiluomo,
laddove qui si costruisce un assassino perfetto in luogo di un amante-principe
azzurro.
Un'ultima particolarità va ricordata. la battaglia urbana del
la seconda parte è girata quasi in tempo reale. L'abilità di K.
sta nel creare tensione e suspance senza lavorare sull'accorciamento
temporale (la sorpresa determinata da un a restrizione del tempo
filmico: il colpo improvviso) o sull'allungamento (la dilatazione
del tempo è il meccanismo tipico della suspance).
Grido
di libertà
di
Richard Attenbourgh (USA, 1987)
Questo film narra la storia di Stephen Biko, attivista nero,
che si contrapponeva al regime sudafricano dell'APARTHEID. Ma è
anche la storia della speranza di un mondo migliore e più giusto,
che coinvolge, nella lotta contro l'oppressore anche popoli e culture
diverse.
Biko muore orrendamente nel 1977 dopo 45 giorni di torture
inflittegli dalla polizia del regime sudafricano. Ma non muore,
come non era morta nelle tragedie che fino ad allora e che fino
al 1994 erano continuate a nome della superiorità
di una "razza" su un'altra, la speranza.
Il Sudafrica, indipendente ed unito dal 1910, è abi- tato da
37 milioni di abitanti, di cui 5 di bianchi e 27 di neri. Meta del
colonialismo occidentale per centinaia di anni poiché ricco di materie
prime e soprattutto di diamanti, il Sudafrica è stato guidato da
una minoranza bianca (boeri) dal 1940 con la "politica"
della segregazione razziale. Denominata APARTHEID (letteralmente
stato di separazione),
la segregazione razziale poggiava su due fondamentali strumenti: la legge sul censimento della popolazione, che classificava
tutti gli africani in base alla razza e la legge sulle aree di gruppo
(bantustan), dove i neri
erano frazionati in homeland
a seconda delle etnie oppure nelle township
(sobborghi di grandi città).
Per 54 anni questo regime razzista ha potuto continuare a governare
un intero paese. Ha creato un vero e proprio stato del terrore,
dove i neri non solo non avrebbero mai potuto avere i più elementari
diritti civili e politici (nessun nero ha mai avuto la cittadinanza
sudafricana, ma solo quella del bantu- stan), erano sfruttati dal
punto di vista economico e sociale.
Tutte le opposizoni al regime erano vietate. Viene messo al
bando il comunismo, chiusi i maggiori partiti che si opponevano
all'APARTHEID. Tra questi l'ANC (African National Congress) di Nelson
Mandela, il quale verrà arrestato nel 1963.
Non si contano gli eccidi del governo. Tristemente si ricordano
Soweto nel 1976 dove la polizia, in seguito ad una dimostrazione,
sparò sulla folla uccidendo 575 persone e,
nel 1992, Boipotang dove l'esercito massacra 70 neri.
Dal 1966 il Sudafrica combatte una guerra di aggressione contro
la Namibia e l'Angola. In questo ultimo paese la guerra si protrae
fino ad oggi.
Ci son voluti 50 anni di disumanità per arrivare a rivedere
il concetto di democrazia e convivenza all'interno dello stato sudafricano.
Nel febbraio 1990, quando oramai l'insostenibilità dell'APARTHEID,
sostenuta dal 1985 dallo stato di emergenza con i militari per le
strade, aveva provocato una vera e propria guerra civile,
il governo bianco accetta di avviare il processo delle riforme
per una transizione alla democrazia.
I primi passi furono quelli di dare accesso ai neri a comuni
servizi pubblici, spiagge, piscine, parchi, biblioteche. Tutto ciò
era vietato ai 27 milioni di neri fin dal 1953.
Nell' aprile 1994 infatti si sono svolte le prime elezioni
libere e vince il partito di Nelson Mandela (African National Congress)
con il 63% dei voti. Presidente diventa proprio Mandela che era
stato rimesso in libertà l'11/2/1990 dopo 27 anni di carcere, poiché
oppositore del regime. Il 10/10/93 era stato premiato, insieme allo
statista bianco De Klerk, con il premio Nobel per la pace.
Dal 1994 il paese è rinato. La speranza di un mondo di convivenza
pacifica tra gli uomini oggi passa proprio per il Sudafrica, esempio
di comprensione e non di vendetta. In questo senso la firma dell'abolizione
della pena di morte, il 6/6/95, da parte del presidente Mandela,
è un chiaro invito ai paesi che si ritengono da decenni democratici,
a rispettare realmente i diritti umani
L'esempio che oggi viene dal Sudafrica vale tantissimo poiché
viene dal continente africano oggi dimenticato e dilaniato da guerre
d'aggressione e civili, povertà e fame, come forse mai era avvenuto
fino ad oggi.
Il
colore viola
di
Steven Spielberg (USA, 1986)
Dopo il secondo Indiana
Jones, S. sorprende tutti per la scelta di un film all-black
(tutto nero, con soli attori afroamericani). Inoltre lo realizza
in modo imprevedibile, date le sue abitudini, e cioè senza storyboard
(nel cinema lo storyboard
è la illustrazione con dei disegni delle varie inquadrature nella
loro successione; questo modo di lavorare, che consente di pre-programmare
con maggiore dettaglio la fase delle riprese - quindi riducendo
i costi di lavorazione - fu introdotta in realtà quando ci si rese
conto delle potenzialità del montaggio da Ejsenstejn e molto usata
da Hitchcock sia per queste ragioni, sia per 'costruire' la composizione
di ogni inquadratura - tutto quello che deve apparire sullo schermo,
da quale angolazione deve essere visto ecc.). D'altra parte S. aveva
già in passato dichiarato: "La pre-programmazione mi ha davvero molto aiutato nelle sequenze d'azione.
Sono perduto se non programmo una sequenza d'azione, - prima nella
mia mente, poi sulla carta, poi finalmente, nell'arco di settimane,
nel film. Ma in altri casi programmo le scene in linea di massima
e lascio che gli attori mi ispirino. Se si deve fare una scena emozionante,
preferisco di gran lunga costruirla con gli attori, dire al cameraman
e alla troupe di aspettare fuori. E poi cominciare a inquadrare
dopo aver eseguito le prove. Lascio che gli attori si muovano dove
si sentano di farlo. Ecco, qui entro io e in qualche modo coreografo
l'azione. Nella terza fase arriva la macchina da presa e si gira".
Si comprende dunque il perché ne Il colore viola, film di emozioni e di sentimenti e non d'azione,
dove è molto più necessaria una interpretazione convincente degli
attori, si preferiscano margini più ampi di libertà anche sul set
alla logica e razionale pre-programmazione. Domina, invece, l'aspetto
coreografico cui fa riferimento S. nella dichiarazione riportata,
ed è per questo che il film è stato paragonato ad un musical, per
quanto meno cantato e più spettacolare rispetto al musical tradizionale.
Il libro da cui è tratto il film era costruito sul linguaggio
della protagonista, e specificatamente sul progressivo miglioramento
del suo uso da parte della protagonista che scrive delle lettere
a Dio mano a mano che ella acquista coscienza di se stessa come
essere umano e come donna. Tutto questo nella pellicola non c'è.
Il rischio che il film corre, nel non voler essere opera "sociale",
ma di sentimenti e cioè nel suo mostrare personaggi particolarmente
deboli e inermi vittime della brutalità dei prepotenti, è quello
di accreditare la tesi che un nero misero e ignorante lo sia più
di un bianco nelle stesse condizioni: il rischio, insomma, di un
approccio emotivo, ma dalla morale discutibilmente prevenuta, nonostante
l'onestà dell'autore (In questo senso si
comprende perché la comunità nera in genere abbia boicottato
la pellicola). In realtà il
regista ha visto in Whoopi Goldberg la possibilità di creare
un E.T. nero, cioè un alieno sovraccarico di umiltà e tenerezza.
Le grandi emozioni sono tutte in scena, sempre: orgoglio, modestia,
amore, sessualità, violenza, rimpianto ecc. , e tutte trovano corpo
in questo o quel personaggio senza ambiguità o sfumature.
S. ha dunque proposto il suo E.T. nero, venandolo di suggestioni
infantili a un punto tale che la scena di chiusura fra le due sorelle
che giocano sullo sfondo di un sole troppo grande rimanda a un'età
ritrovata dopo essere stata tenuta chiusa dentro per tanti anni.
Le bambine d'un tempo si rincontrano da grandi, dopo la sofferenza
c'è la tranquillità, la pace. Tuttavia, per quanto pieno di elementi
da commedia, Il colore viola rimane un film di dolore: il senso di gruppo della
comunità nera tocca il massimo livello nella scena dell'incontro
fra i due gruppi, quello della chiesa e quello che giunge dal bar;
il primo intona uno spiritual
("Il Signore vuol dirti qualcosa") per contrastare il
rumore del blues che giunge da lì vicino, ed ecco allora che anche il gruppo
laico intona lo stesso spiritual
andandosi a congiungere ai fedeli. Il momento è forte e il suo
significato evidente: le radici della cultura nera sono le stesse,
laica o religiosa che essa sia: il blues è soltanto un'altra forma
di lamento per la propria condizione di reietti, di infelici. Forse
è per il senso di dolore che domina il film che S. ha deciso di
fare un all-black: forse in nessun popolo come in quello del blues
il dramma della razza si confonde con un'inesausta capacità di scherzare,
ridere, gioire. In nessuno tranne che nel popolo ebraico, del quale
proprio nei suoi spirituals quello nero afferma di sentirsi epigone
e a cui per razza, guarda caso, appartiene Spielberg.
OTAR IOSELIANI
Storia di un regista scomodo
Ioseliani lamenta nei suoi film il progressivo imborghesimento
dei suoi connazionali, l'aggressività-passività dei Russi, la commercializzazione
della produzione cinematografica e, più latamente, la perdita nella
vita delle cose di maggior valore, di quelle che la rendono vivibile
e godibile: il disinteresse per il denaro, l'amore e l'amicizia,
la libertà di gestire a proprio comodo le proprie giornate, la natura
e la musica, le bevute in compagnia... Non è fatto, dunque, per
entusiasmare i burocrati moscoviti (e neanche quelli georgiani)
e si trova vieppiù isolato anche rispetto al suo pubblico privilegiato,
quello dei connazionali, che cercano anch'essi dal cinema non l'espressione
della propria cultura ma la sua folklorizzazione, e il dramma e
la commedia, e i sentimento consolatori e falsificati.
Ha studiato musica a Tbilisi, sua città natale (1934), poi
matematica e meccanica a Mosca, ma passando al VGIK per laurearvisi
nel '61. Il suo saggio di diploma è un documentario d'ambiente georgiano,
Cugun (La ghisa, 1964),
che è singolare per il suo sguardo sulla fonderia così arguto e
"diverso" dall'epopea del lavoro. Aveva, però, già girato
nel '61 il suo primo film, Aprel'
(Aprile), bloccato chissà perché dalla burocrazia. Per la delusione
aveva abbandonato il cinema e si era fatto operaio e poi marinaio,
ma al cinema e al lungometraggio era tornato con Listopad
(La caduta delle foglie, 1966), il film che lo rivelò a Cannes,
due anni dopo, alla critica occidentale. Nel 1971 si è affermato
definitivamente con il satirico ed amaro Zil
pevcij drozd (C'era una volta un merlo canterino), girato a
Tblisi, in gran parte in ambienti reali. Considerato politicamente
scomodo, Iosseliani ha avuto in effeti ben poche occasioni per rivelare
al pubblico e alla critica il suo talento; nel 1976 ha girato Pastoral,
rimasto però quasi sconosciuto. Pastoral è stato presentato da Ioseliani
ai burocrati come "un film sulla psicologia dei piccolo-borghesi
che ci ostacolano la vita nella nostra lotta per la costruzione
di un uomo nuovo. E nessuno ha sorriso, turri erano serissimi e
così mi hanno dato l'autorizzazione a girare".
Ha detto ancora Ioseliani "Non sono Dio né un demiurgo.
Quel che voglio è fissare la mia felicità o la mia tenerezza ssullo
schermo per trasmetterle agli altri. E' il solo atteggiamento che
non sia aggressivo. Non vglio insegnare alla gente come deve vivere.
Ciascuno è nato per bere il bicchiere della sua vita" E ancora
"Ho scoperto le regole della mia arte: dev'essere come la vita.
Credo che ricreare la realtà significhi conservare nella memoria
qualcosa che ha molta importanza per se stessi e che si giudica
necessario comunicare allo spettatore dialogando con lui".
La
messa è finita
(Ita,
1985) di N. Moretti
SCHEDA
TECNICA:
Scenegg. N.Moretti e S. Petraglia
Dir.fot. F.Di Giacomo Musica
N. Piovani Prod.
Faso Film Durata originale
94'. Interpreti: N. Moretti
(don Giulio), Margarita Lozano (sua madre), Ferruccio De Ceresa
(suo padre), Enrica Maria Modugno (Valentina, sua sorella ), Marco
Messeri (Saverio) Roberto Vezzosi (Cesare).
"Il prete -
dichiara l'autore - è figura
troppo spesso degradata a macchietta nel cinema di casa nostra".
Si tratta in effetti di un personaggio complesso da mettere in scena.
In realtà. La messa è finita contiene molti elementi di contiunuità
rispetto alle precedenti opere eppure costituisce una assoluta novità
per il cinema di Moretti, ed anche nel personaggio di don Giulio
troviamo appunto la novità di un prete - certo lontano dal Moretti/Apicella
- che tuttavia mantiene i tratti caratteriali, le ossessioni e le
manie di Michele Apicella, il protagonista di tutti i film di Moretti
(con l'eccezione di Caro diario, dove è direttamente Moretti il
protagonista).
Il film esce nel 1985, in piena era Craxiana ed appare in stridente
contrasto con l'Italia spregiudicata e rampante di quegli anni,
gli anni dell'esplosione della Borsa Valori, del referendum perduto
sulla contingenza, dell'esplosione delle televisioni Berlusconiane,
delle prime spinte verso il presidenzialismo (Craxi e MSI ne sono
i principali assertori). Il film - che peraltro comincia con un
ritorno a Roma, il centro, la madre traditrice anche se indubbiamente
madre - è l'opera di un moralista, di un autore che non accetta
una "libertà nel nulla" (cfr. Ghezzi), che pur straziato
- in bilico tra la nostalgia di un'adolescenza felice o presunta
tale e lo squallore e l'immaturità in cui si sgretola la famiglia
- tenta di opporsi.
La posizione che così assume è scomoda, vorrebbe essere quella
dell'osservatore che oggettivamente, un po' dall'alto aiuta
gli altri e viene invece travolto dai suoi problemi (è quello
che succede a Michele in Bianca, è costretto ad entrare in gioco e non può più solo guardare,
giudicare guidare...). Il prete si trova nella difficoltà di voler
dare aiuto ad una umanità che non lo desidera o che vuole solo l'assoluzione,
mentre non trova aiuto quando lo cerca. Giulio, pur fallendo, come
confessa, rifiuta una facile fuga (tornare al paese), e poi nel
finale deciderà di sottoporsi ad una prova ancora più estrema, andando
dove "il vento fa diventare pazzi" e la gente ha bisogno
di un amico.
Una solitudine come questa trova non certo soluzione, ma almeno
un momento di serenità nel momento di fusione tra rito e mito, nella
messa "ballata" del finale. Nel rito della messa rivive
il mito della famiglia: Saverio ed Astrid, ad esmpio, ballano dolcemente.
La comunità sembra riunita nell'amore di fronte al sacrificio di
Giulio che va in una terra sperduta e questo è almeno un indizio
per proseguire il viaggio.
La
mia generazione
di
Wilm Labate (Italia 1996)
Ne La mia generazione compaiono due vere e proprie allegorie: quella
di Braccio (Claudio Amendola), componente di una minoranza che con
la forza intendeva far prevalere le propria idee e la propria concezione
di Stato, e dallaltra quella di un capitano dei
carabinieri (Silvio Orlando) componente di una maggioranza che nel
1983 - anno in cui è ambientato il film - era ormai vincente. Il
film parla di quello scontro. Insomma Braccio, il terrorismo,
e il capitano dei carabinieri, lo Stato, rappresentano
questi due blocchi contrapposti.
Laspetto interessante del film
è forse lonestà intellettuale che lo caratterizza, nel mettere
lo Stato nelle mani di un personaggio davvero abominevole, sgradevole
fino in fondo. Nonostante Silvio Orlando goda normalmente di grande
simpatia, qui è trasformato in un personaggio viscido e odioso.
Daltra parte il cattivo, Braccio, è un personaggio
certo in crisi, ma non ha arroganza e non permette che gli si laceri
lanima in mille pezzi: è, in fondo, un personaggio forte,
che non può accettare di essere un pentito, sebbene
alla fine si dissoci dalla lotta armata smontando la pistola.
Altro aspetto interessante del film
è nel fatto che sia quasi interamente girato su un blindato dei
carabinieri che trasferisce il prigioniero. Si tratta di una sorta
di diligenza che attraversa in lungo lItalia,
ma che in realtà attraversa più uno spazio temporale che uno spazio
geografico. Questo grazie al lavoro con gli attori, che assumono
filologicamente gli atteggiamenti e la postura dei personaggi
dellepoca - unumanità diversa da quella di oggi - ,
ma anche perché il viaggio vuole essere anche una sorta di spiegazione
storica di quello che è avvenuto in Italia.
Il film è probabilmente più debole
di quanto ci si potesse aspettare da Wilma Labate, costretta per
esigenze di produzione a diverse rinunce in cambio degli attori
che desiderava (la Rai, ad esempio, ha impedito che il film fosse
girato in bianco e nero) e risulta forse così più accessibile per
un pubblico più numeroso.
La notte di San Lorenzo
di Paolo e Vittorio Taviani
Paolo e Vittorio
Taviani otterranno con questo film il loro più grande successo.
Fino a pochi anni prima erano stati seguaci del cinema politico,
che si era affermato fortemente negli anni 70. In quella loro
esperienza avevano affrontato il tema della Rivoluzione e delle
sue prospettive, in particolare in una società a capitalismo avanzato
come lItalia. La loro ricerca («I nostri film sono fatti per un pubblico che cerca») era stata comunque
sempre incentrata sul tentativo di trovare una sintesi tra gli ideali
rivoluzionari, socialisti e marxisti, e la soggettività: tra il
bisogno di un agire collettivo e la ricchezza dellindividuo
che vuole restare insieme agli altri.
La Notte di San Lorenzo è un film della memoria. Esso racconta - nel 1982 - del travagliato 1944,
in attesa della liberazione dai tedeschi ad opera degli americani,
nel paesino dorigine dei due autori. Al di là della notazione
biografica, va sottolineato come la memoria della
Storia sia proposta attraverso una
storia - mitizzata e forse reinventata, ma «vera», come alla
fine dice la protagonista - così come la ricorda una donna che allepoca
dei fatti aveva solo sei anni. È dunque il ricordo che una donna
di oggi fa di una sua esperienza infantile che permette il sopravvivere
della memoria storica.
Il desiderio
cui allude il titolo, che evoca la notte delle stelle cadenti, è
chiarito immediatamente: «Sai
qual è il mio desiderio, amore mio? Il mio desiderio, questa notte,
è quello di trovare le parole per raccontare unaltra notte
di S.Lorenzo di tanti anni fa». Trovare le parole migliori per
raccontare, dunque. Infatti non si tratta di raccontare solo una
storia o La Storia, si tratta di descrivere le emozioni degli uomini
e delle donne, di spiegare che cosa significavano quegli eventi
nel momento in cui i personaggi li vivevano. Sarebbe impossibile
e ipocrita voler raccontare «oggettivamente». In questo senso appare
sempre evidente, in tutto il film, la posizione morale degli autori.
Bisogna aggiungere
che il film non rivela, se non nellultima sequenza, chi sia
il destinatario del racconto della protagonista, ma scopriremo che
il destinatario principale è la narratrice stessa, la quale non
vuole dunque solo raccontare, bensì affermare la propria identità:
la donna che racconta anche a se stessa, definisce chi è. Dunque
non solo film della memoria, ma anche film sulla
memoria, sulla sua necessità per lindividuo che voglia
affermare la propria identità, la propria storia, il proprio vissuto.
Il quadro che
il film ci presenta, attraverso il lungo flashback in cui è racchiuso
il racconto, ha, sostanzialmente, un unico protagonista: il popolo.
Si tratta infatti di un affresco dellItalia contadina e popolare
dellepoca (si pensi allepisodio iniziale del matrimonio,
alla pipì che la ragazza fa - compiaciuta - davanti alleccitazione
dei bambini nel rifugio, alla cultura contadina della «roba», ricordata
dalle valige con i vestiti che si portano dietro, alla sessualità
- così calorosa e importante in queste vite, vissuta con autenticità).
Le persone del popolo sono sempre capaci di reagire, anche ai colpi
più drammatici, e vivono con limperativo «sha il dovere di sopravvivere», enunciato nel frugale ma festoso
matrimonio iniziale da un prete popolano (contrapposto al vescovo,
che invece, nel voler salvare anime e non vite, determina la catastrofe
del duomo).
Nella voce
fuori campo della donna che racconta, nel suo italiano elegante,
nella poeticità del suo ricordare, scopriamo le trasformazioni che
questItalia ha vissuto. La bambina figlia di contadini è cresciuta
in una donna colta, che ha però bisogno, per definire se stessa,
di ricordare.
La
paura mangia l'anima
di
R.W.Fassbinder (Ger.
1973)
Un primo riferimento ad Angst
essen Seele auf (La paura
mangia l'anima) è contenuto in un precedente film di Fassbinder,
Der amerikanische Soldat
(Il soldato americano,
1970); lì, infatti una cameriera (Margarethe von Trotta) racconta,
ma con finale diverso, la storia che costituirà il soggetto di La
paura mangia l'anima: "Esser
felici non è sempre un piacere....c'era ad Amburgo una donna delle
pulizie che si chiamava
Emmi. Una sera, rientrando, fu colta dalla pioggia; allora entrò
in un caffè, normalmente frequentato da immigrati. Si siede ed ordina
una Coca. D'improvviso un uomo la invita a ballare. Lui è grande
e forte e ha due spalle robuste. Lei lo trova bello e danza insieme
a lui. Poi si siedono sul tavolo e parlano. E lui le diche che non
ha un posto dove andare. Così lei gli dice di andare a dormire a
casa sua. Sì, e a casa dormono insieme e qualche giorno più tardi
lei dice che dovrebbero sposarsi. Allora si sposano ed Emmi si ritrova
di colpo giovane. Vista di spalle le si sarebbero dati trent'anni.
E per sei mesi furono pazzamente felici".
Fin qui il racconto della cameriera coincide con la storia
del film, il seguito differisce profondamente. Margarete von Trotta
raccontava ancora del ritrovamento del cadavere di Emmi, assassinata;
segni sul collo indicavano che l'uccisore portava un anello-sigillo
con incisa una "A". Il marito, che si chiamava Alì, fu
arrestato. Ma la polizia scoprì che egli aveva un numero infinito
di amici che si chiamavano Alì e che tutti portavano un anello uguale.
Allora furono interrogati tutti i turchi di Amburgo, che però non
capivano una parola di tedesco. Così la polizia non sapeva che pesci
pigliare. In questo modo si spiegano i vari titoli con cui questo
film è stato conosciuto in Italia. Quando il Goethe
Institut lo mise in circolazione si intitolava Tutti gli
altri si chiamavano Alì. Successivamente, al film fu restituito
il suo bellissimo titolo originale La paura mangia l'anima (la traduzione non rende esattamente lo sgrammaticato
tedesco di Alì, per cui il titolo dovrebbe essere effettivamente
Paura divorare anima).
La storia di La paura
mangia l'anima prosegue invece descrivendo le difficoltà che
Alì ed Emmi trovano
nel farsi accettare dalla società: i tre figli di Emmi la rinnegano
schifati; il droghiere le vieta l'ingresso nel suo negozio; le colleghe
di lavoro la ignorano disgustate. Ma, dopo un viaggio all'estero,
tutto cambia: i figli hanno bisogno della madre perché tenga i nipoti;
il droghiere pensa cxhe i supermercati gli fanno una dura concorrenza;
colleghe e vicine cominciano ad invidiare ad Emmi un marito così
giovane e gentile.
Nel momento in cui vengono ufficialmente riconosciuti, Emmi
diventa però possessiva nei confronti di Alì. I due si lasciano
e si cercano riconoscendo infine il bisogno che hanno della reciproca
presenza, una presenza che li mette al sicuro da un destino che
potrebbe anche essere chiamato "sfruttamento".
Questo è uno dei film più immediati di Fassbinder, non perché
facile e scontato, me per come espone con chiarezza e sensibilità
verità semplici ed essenziali. Il regista sfrutta sapientemente
il pathos della rivolta iniziale degli emarginati attraverso l'inevitabile
identificazione del pubblico con la storia dei protagonisti e con
quella che nel film passa come la "causa giusta". Ma il
regista sa anche che la realtà non è fatta di buoni e cattivi. L'ambiente
sociale di Emmi si rivela abbastanza elastico da integrare la loro
diversità (anche se solo per interesse). Emmi, tuttavia, sgretola
l'affetto di Alì per lei, non comprendendone la diversità. E senza
rispetto non si dà amore. Altri Alì ed altre Emmi compaiono un gradino
sotto la loro condizione: un'affermazione, questa, da prendere alla
lettera, se pensiamo alla sequenza in cui Emmi si ritrova a spettegolare
sulle scale con le colleghe sul licenziamento di una di loro, mentre
la sostituta, una giovane yugoslava, è ignorata e costretta a consumare
la colazione al piano inferiore. La paura mangia l'anima è un buon
esempio in cui Fassbinder tratta il personaggio del "diverso".
Il suo approccio non è né morboso, né "poetico" (come
è, ad esempio, quello di Herzog): è umano e sincero.
"Ogni volta che
due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta
di vedere che domina l'altro (..). La gente non ha imparato ad amare.
Il prerequisito per poter amare senza dominare l'altro è che il
tuo corpo impari, dal momento in cui abbandona il ventre della madre,
che può morire. Quando si accetta il fatto che la morte è una parte
della vita, non la si teme più e non si ha più paura di qualsiasi
altra "fine"; ma finché si vive con la paura della morte,
si reagisce in modo identico rispetto alla fine di una relazione
e, come risultato, l'amore che pure esiste viene pervertito".
(R.W.
Fassbinder)
La
ricotta
di
P.P.Pasolini (ITA, 1963 - 20')
Con questo film, che segue Accattone e Mamma Roma, Pasolini
offre una grottesca sacra rappresentazione, apparentemente incline
al divertissement d'autore, che sintetizza invece con grande maestria
intellettuale la sua attuale idea "politica" di cinema
- di presa di posizione nei confronti del proprio ruolo di intellettuale
antiborghese - gettando le basi del suo cinema a venire. Nonostante
il film presenti una struttura piuttosto lineare, da comica chapliniana,
mai come qui la sintesi tra il grottesco temperamento autoironico
di questi "nuovi martiri" senza santità e la loro tragedia
inesorabile fa emergere con chiarezza l'ispirazione pasoliniana,
in bilico tra un sentimento paleocristiano della religione come
cosa viva e quotidiana e gli ultimi effetti della teoria di Gramsci
di cui P. aveva cantato le "Ceneri" qualche anno prima.
Il film narra della storia di un film da girarsi sulla vita di Cristo,
e in questo gioco di specchi tra i due piani di finzione, sottolineato
dal bianco e nerousato per il grigiore "reale" del set
in contrasto con il colore "del film", le cui scene si
ispirano all'iconografia manieristica (la Deposizione
del Cristo di Rosso Fiorentino e quella del Pontormo), intaglia
una sottile opera semiseria, permeata da un profondo senso di ritorno
a quell'infanzia perenne dei "poveri di spirito" di cui
P. per tutta la vita si è fatto apostolo.
"Stracci è un personaggio
più meccanico di Accattone, perché sono io - e si vede - che aziono
i fili. E lo si nota con esattezza nella costante autoironia. Ecco
perché stracci è un personaggio meno poetico di Accattone. Ma è
però èiù significativo, più generalizzato. La crisi di cui il film
testimonia non è la mia, ma è la crisi di un certo modo di vedere
i problemi della società italiana (..). Stracci non è più un e del
sottoproletariato romano in quanto problema specifico, ma è l'eroe
simbolico del Terzo Mondo".
Il regista interpretato da Orson Welles - che recitò in italiano
- rappresenta, invece , oltre all'arguzia antiborghese, anche la
profonda contaminazione che l'intellettualità marxista dell'epoca
stava subendo, nel suo lento processo di integrazione e identificazione,
dalla stessa intellettualità borghese. Si tratta di "una
specie di caricatura di me stesso andato oltre certi limiti e visto
come se, per un processo di inaridimento interiore, fossi diventato
un ex - comunista".
Ne La ricotta, dunque,
emerge la profonda mutazione, nel senso di una compenetrazione contraddittoria
e confusa di tutte le classi che la costituiscono, della società
italiana. Il corteo di giornalisti e produttori che si avvia verso
l'enorme buffet apparecchiato
proprio ai piedi delle tre croci, stigmatizza in pochi secondi lo
spirito superficiale e consumistico che anima il senso religioso
borghese, contro il quale P. di lì a poco realizzerà il suo Vangelo.
La storia di Qiu Ju
di
Zhang Yi Mou, (Cina, 1992)
Il film è il racconto di una storia molto semplice nel suo
svolgimento: la protagonista, Qiu Ju (Gong Li) è una contadina che
testardamente esige le dovute scuse dal capo del villaggio che ha
colpito suo marito con un calcio al basso ventre. Per ottenerle
deve seguire un lungo iter burocratico.
La vicenda è ambientata nella Cina rurale ed il regista utilizza
un cast composto per
il novanta per cento da attori non professionisti, veri contadini
della provincia dello Shanxi. Il film presenta quasi un tono documentaristico
a causa di uno spiccato realismo descrittivo e ci offre uno spaccato
anche del contrasto tra campagna e città, oltre alla descrizione
precisa della vita quotidiana di un villaggio cinese, delle relazioni
sociali che vi intercorrono.
Qiu Ju è la donna che rivendica la sua individualità e i suoi
diritti, e che non si adegua al rispetto tradizionale verso il capo
e l'ordine costituito. Come spiega lo stesso Zhang Yi Mou: "nella storia di Qiu Ju non è importante il litigio, chi abbia ragione
o no, e neppure che la legge sia davvero imparziale. E' importante
la volontà della donna, il suo carattere, il suo modo di pensare
che una volta in Cina non esisteva". Ed infatti il ruolo
di Qiu Ju gode di una centralità che le è riconosciuta dalla stessa
comunità di appartenenza, a differenza di quanto avveniva nel precedente
film di Zhang Yi Mou, Lanterne
Rosse, in cui la protagonista è una concubina che rifiuta il
ruolo subordinato socialmente assegnatole: il conflitto con la figura
maschile del marito, che rappresenta l'immutabilità della tradizione
e del potere, è destinato ad una drammatica sconfitta.
Nella vicenda di Qiu Ju si percepisce la distanza tra le dinamiche
interpersonali interne alla comunità e il potere burocratico, assolutamente
spersonalizzato e spersonalizzante: la ricomposizione del rapporto
tra Qiu Ju e il capo del villaggio non avviene attraverso il ricorso
ad un potere superiore e lontano, ma si realizza sul piano delle
relazioni personali dei protagonisti della storia.
Lamerica
di
Gianni Amelio (1991)
Lamerica è
il primo film di Gianni Amelio che fonde la coralità di un evento
storico -il crollo del socialismo reale in un piccolo paese come
l'Albania - e l'analisi di un conflitto personalizzato.
Film a doppio binario, Lamerica
ritesse il motivo del viaggio, presente in Il
ladro di bambini (e in molti film del neorealismo italiano),
nonché quello della presa in custodia di un individuo verso il quale,
in principio, non si ha nemmeno un po' di curiosità.Qui si realizza
l'intuizione che accoppia due opposti smarrimenti, prodotti da quella
terribile guerra che è la vita e la storia degli uomini: il reduce
traumatizzato dalla interminabile permanenza nelle prigioni e nei
lager staliniani, l'ex soldato che nella mente sconvolta è rimasto
fermo a mezzo secolo fa, e il braccio destro di un affarista cinico,
il servitore compiacente e convinto di un'ideologia che antepona
a ogni regola etica e morale il profitto, da raggiungere a testa
bassa, al di fuori di ogni legge e controllo, indefferenti al prossimo.
Queste due figure, quella
di Spiro (Carmelo Di Mazzarelli) e quella di Gino (Enrico Lo Verso),
che avrebbero potuto risultare astratte e intellettualistiche, grazie
all'abilità del regista diventano due esseri provvisti di umanità
e di accenti dolorosi. Se un segno Lamerica lo incide, questo lo
si intercetta proprio nei momenti in cui la macchina da presa abbandona
i campi ariosi per stringersi intorno a Lo Verso e a Di Mazzarelli,
ritagliandoli dall'abbondante e frastornante contorno. Incontriamo,
in Lamerica, un paesaggista che agli esterni dei suoi film chiede
di esprimere le spine e le lacerazioni dell'interiorità. I panorami
albanesi, che rammentano il nostro meridione povero del periodo
fascista e postbellico, si prestano alla bisogna, brulli, aspri,
pietrosi. E hanno nello squallore delle cornici urbane o paesane
una sorta di prolungamento, il simbolo di una provincia arretrata
e di una economia striminzita, l'emblema di una società autosegragatasi
dal consorzio mondiale e sottoposta a un regime coercitivo irrirato
da ondate di fanatismo ideologico e da censure di ogni specie. Questa
società per la prima volta assapora avidamente la libertà di comunicare
e, captando le stazioni televisive italiane, si immagina un'Italia
terra dei bagordi, un'America a tiro di schioppo, dispensatrice
generosa di benessere, raggiungibile facilmente, avendo con sé soltanto
il vestito che si indossa.
L'amore molesto
di M.Martone
Un primo aspetto
interessante nell'analizzare i film di Martone (Morte di un matematico napoletano e L'amore molesto) è il fatto che pur essendo entrambi i film basati
sulla vita e sui sentimenti più intimi ed a volte reconditi di personaggi
che da un punto di vista cinematografico sono molto ben sviluppati,
tanto che nel passaggio dal teatro al cinema del regista si è giustamente
individuata una continuità nel suo tentativo di tracciare una "drammaturgia
del pensiero", pur essendo dunque un regista che ha fatto questa
scelta di fondo, le sue parole per descrivere entrambi i film sono
innanzitutto riferite alla città di Napoli: "In Morte
di... c'era la Napoli della testa, ne L'amore
molesto c'è la Napoli del corpo".
Il rapporto
con la città è dunque un elemento essenziale dei film di Martone.
Se in Morte di ... c'era
una Napoli in cui dominava una luce giallastra che era insieme il
conforto del sole ed il pallore polveroso della malattia, ne
L'amore molesto Martone mostra la visceralità della città attraverso
un intreccio profondo e inquietante, una città stridente, misteriosa,
soffocante eppure solare,
torbida, in cui anche i sensi ed i sentimenti dei personaggi sono
continuamente segnati dalla città in cui si vive, la metropoli caotica
e a volte spaventosa con la sua inscindibile umanità. Una città
di ambiguità, doppiezze, in cui colpa e innocenza si mescolano continuamente,
che è un'altro personaggio.
L'amore molesto
è un film che racconta la corporeità di una Napoli che è quella
di Angela Luce vitale e bacchica nella decadenza e quella riacquistata
da Delia con fatica, attraverso l'emergere dell'inconscio, entrambe
continuamente al cospetto della sensualità vorace e instancabile
di una fauna urbana che nel non essere solo uno sfondo costituisce
quell'impasto tra i personaggi, la città, la sua cultura che da
al film la forza di lasciare il segno. In questa prospettiva è ancora
più forte l'effetto del mescolarsi continuo tra vecchio e nuovo
dell'esistenza comune di madre e figlia, la circolarità della vita
delle due donne, il parallelo ed inverso andamento delle due trame,
le colpe e le innocenze reciproche che innescano una sorta di gioco
della verità.
L'articolo
2
di
M.Zaccaro (1991)
«La Repubblica riconosce
e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia
nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede
l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica
e sociale» così recita l'articolo 2 della Costituzione Italiana.
Così si intitola anche il film di Zaccaro che narra la storia
di una famiglia algerina immigrata in Italia.
La violazione dei diritti umani, a cui il titolo sembra rimandare,
non esaurisce completamente la sostanza del film. Anzi sembra un
pretesto per ribadire un evento antropologicamente devastante che
è l'immigrazione di popolazioni impoverite e "traumatizzate"
dalla rappresentazione del progresso.
La sofferenza di un domani avvolto dalla nebbia della rincorsa
di un minimo di sostentamento in una società diversa e sicuramente
poco accogliente, traspare in tutti i protagonisti immigrati del
film. Anche e soprattutto attraverso i movimenti, gli sguardi, le
riflessioni dei bambini passa una immagine, oltre che
di tenerezza, di generale difficolt |